"Salari fermi? E' l'ora dei sacrifici" Stampa

Il ministro Brunetta: «Inflazione programmata bassa, di più non possiamo»

Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta

ALESSANDRO BARBERA

Se non fosse per quel numero, nessuno si sarebbe accorto che esiste ancora il Documento di programmazione economico-finanziaria, somma di promesse estive fino a ieri smentite al volgere dell’autunno dopo il Vietnam della Finanziaria in Parlamento. Invece la decisione di Giulio Tremonti di introdurre nel documento un’inflazione programmata all’1,7%, quasi la metà del 3,6% effettivo di oggi, ha provocato le critiche dell’opposizione e irritato soprattutto i sindacati.

Non solo la Cgil, ma anche la Cisl di Raffaele Bonanni, finora in luna di miele con il governo. Non è un caso: da quel numero dipende l’entità dei rinnovi contrattuali, e soprattutto quello del pubblico impiego. Da quei numeri dipende però anche il costo della macchina pubblica, che il nuovo governo, con la manovra triennale, intende ridurre per trenta miliardi. Renato Brunetta, il ministro che rischia più di altri il prezzo politico di scelte rigoriste, non si scompone. «E’ vero, diciamo che è un numero molto virtuoso. Ma oggi non ci possiamo permettere altro. La situazione è grave. Se Tremonti avesse accettato un dato più alto avremmo fatto ripartire la rincorsa salari-prezzi. Fra l’altro, a chiederci di rimanere entro il 2% è la Banca centrale europea».

Ministro Brunetta, sta dicendo che il lavoro dipendente deve fare ancora sacrifici? La Bce è preoccupata dell’aumento dell’inflazione, ma in Italia i salari reali sono fra i più bassi d’Europa.
«Non lo dica a me. Per anni ad imporre una lettura distorta degli accordi del ‘93 e del dato sull’inflazione programmata sono stati i sindacati. I quali hanno accettato ci fosse moderazione salariale quando l’inflazione era bassa invece di approfittare dei momenti buoni per distribuire i guadagni di produttività».

Per la verità è da tempo che i sindacati denunciano il basso potere d’acquisto dei salari. Non è così?
«Io penso al periodo fra il 1997 e il 2005, anni in cui l’inflazione era totalmente sotto controllo. Poi si sono resi conto dell’errore e ora vogliono recuperare tutto subito. Spiacenti, non si può».

I sindacati dicono che il meccanismo va modificato.
«La vocazione originaria dell’inflazione programmata, un’idea di Ezio Tarantelli che mi onoro di aver contribuito a rendere concreta con gli accordi di San Valentino del 1984, è attuale e puntava a realizzare un obiettivo opposto a quel che è accaduto in quegli anni: non contribuire all’innalzamento dei prezzi quando l’inflazione sale, permettere ai salari di recuperare i guadagni di produttività quando scende. I sindacati invece scambiarono la moderazione salariale con potere politico».

Lei ha detto di voler aprire subito il tavolo per il rinnovo del contratto degli statali. Questo non è un segnale di dialogo.
«Certo che voglio il dialogo. E sono disposto a farlo firmando anche con un accordo ponte con il pubblico impiego che ci porti alla riforma del modello contrattuale per tutti, settore pubblico e privato. Ma la congiuntura non è buona e non è il momento di mollare sul fronte del rigore finanziario. San Valentino salvò l’Italia, gli accordi del ‘93 ci permisero di avere l’euro. Oggi siamo di fronte ad una sfida di quella portata».

Ma non c’è anche un problema redistributivo? Come cresce il Paese se i salari restano fermi?
«Certo che il problema esiste. Ma, ripeto, questa è una fase di transizione. Dobbiamo riscrivere le regole che governano il Dpef e la Finanziaria, dobbiamo mettere mano agli accordi del ‘93 sulla politica dei redditi. Occorre senso di responsabilità da parte di tutti».

Insomma fa sua fino in fondo la scelta di Tremonti.
«Sì. E se lo dico io, che dovrei difendere per primo le ragioni dei rinnovi, è perché il momento è grave. Se il dato sull’inflazione programmata fosse stato più alto, avremmo innescato una rincorsa salari-prezzi. E comunque, fatto salvo l’aumento del prezzo del petrolio, quella indicata nel Dpef (1,7% nel 2008, 1,5% nel 2009 e 2010) non è una sequenza inverosimile. Ammetto che è un obiettivo molto virtuoso, ma non c’è altro da fare».

Dunque il governo su quel numero non farà nessun passo indietro. Non teme la reazione dei sindacati?
«I sindacati devono rendersi conto che oggi sono in controtempo. La lezione di Tarantelli resta quanto mai valida. Quando ci siederemo al tavolo discuteremo anche di questo aspetto. Ma la lotta all’inflazione è un bene pubblico».

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