Degrado e peccato Stampa
Scritto da Redazione   
Martedì 12 Settembre 2006 01:00
colloquio con Crescenzio Sepe di Sandro Magister
È terra di frontiera. Senza cultura della legalità. E i cittadini non hanno una coscienza forte per reagire. Il nuovo arcivescovo: 'Mi piego sulle ferite della città'
L'arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe
Sotto l'ala di Giovanni Paolo II, in Vaticano Crescenzio Sepe era una superpotenza. Prima assessore della segreteria di Stato, poi regista dei grandi eventi papali, infine cardinale e 'papa rosso', prefetto della congregazione 'de Propaganda Fide' per l'evangelizzazione dei popoli, con autorità su più di mille diocesi in Asia e nel sud del mondo. Fosse stato eletto papa un latinoamericano, molti vaticinavano per lui un altro balzo all'insù, a segretario di Stato e numero due della Chiesa mondiale. Ma Benedetto XVI ha disposto diversamente. L'ha rimandato nella terra dove è nato 63 anni fa, sotto il Vesuvio. Da due mesi Sepe è arcivescovo di Napoli.

Eminenza, a Roma lei si occupava del mondo, ora solo di una città. Troppo poco?
"Niente affatto. 'Il tutto è nel frammento', sosteneva il grande teologo Von Balthasar in un suo famoso libro. Ogni diocesi del mondo è terra di missione, da evangelizzare e rievangelizzare. E Napoli lo è nel suo modo particolare".

Con la camorra, le bande giovanili, il crimine diffuso?
"Basta già questo a caratterizzare Napoli come terra di frontiera. È una città terribilmente inquinata. Ma quel che è peggio è che non sempre nei suoi cittadini c'è una coscienza forte capace di reagire al degrado. Aveva ragione Giovanni Paolo II, quando arrivò qui in visita, a denunciare la mancanza di una cultura di legalità. Qui il grande crimine si ramifica in mille rivoli illegali che segnano la vita di tutti i giorni. I giovani crescono diseducati al senso civico. La solidarietà, invece che sostenere chi fa del bene, si salda attorno a chi agisce male".

È quello che papa Karol Wojtyla chiamava "peccato sociale"?
"Quando i comportamenti cattivi si fanno crosta, diventano strutture di peccato che determinano un modo di vivere contrario alla vera socialità. C'è un solo modo per rovesciare questo stato di cose: risvegliare le coscienze perché ciascuno si faccia agente del proprio riscatto".

Si aspetta questo dai pubblici amministratori?
"Tutti vi si devono impegnare, ciascuno per la sua parte. Come vescovo, il mio compito è di predicare il Vangelo, ma la fede non è qualcosa di intimistico. È fede vera se forma l'uomo integrale e si concretizza nel sociale. Quando vedo l'enorme sporcizia che deturpa il volto della città, mi viene naturale ammonire dal pulpito che non si può essere puliti dentro se si è sporchi fuori".

Ma vede anche aspetti positivi, nella città, su cui far leva?
"Certamente, e li sto toccando con mano ogni giorno. Anzitutto c'è nei napoletani un forte senso del sacro. La pietà popolare è molto diffusa e coinvolge anche chi va poco a messa. Dovunque io mi muova, alla Sanità, al Carmine, nei quartieri anche più degradati, mi accolgono con festosità straordinaria. Sparano mortaretti, mi chiamano, invocano: 'A Madonna c'accumpagna'. E poi c'è un forte senso della famiglia. Il dolore e la gioia di ciascuno sono il dolore e la gioia di tutti. I napoletani sono molto ospitali. Gli immigrati cinesi, filippini, africani, polacchi sono tutti ben accolti. È questo il terreno buono sul quale lavorare, perchè la città non produca zizzania ma grano".

Il giorno del suo ingresso a Napoli, il 1 luglio, lei ha baciato la terra a Scampia dove trionfano droga e camorra. Perché?
"Un programma non l'ho ancora elaborato, ma con i miei primi atti ho voluto lanciare dei segnali. Come il Buon Samaritano mi piego sulle ferite della città. A Scampia avevano persino rubato il calice della chiesa: gliene ho portato in dono uno nuovo. Erano rimasti senza parroco e prontamente ho mandato là due giovani sacerdoti. Il giorno dopo il mio ingresso in diocesi sono andato all'ospedale Santobono a visitare i bambini ammalati. Poi sono andato a trovare i carcerati, a Poggioreale. Il mio posto è vicino ai sofferenti, ai disgraziati, ai poveri. La gente si aspetta da me non parole ma gesti concreti".

Si sente solo?
"Al contrario. Ho trovato in diocesi dei preti e dei laici validissimi, che saranno per me un magnifico aiuto. I preti sono un migliaio, li sto incontrando a uno a uno, i malati li vado a trovare a casa e scopro che la grandissima parte sono di profonda spiritualità, di elevata cultura, prontissimi a collaborare tra loro e col vescovo. La vigilia di Ferragosto ho invitato i preti a dir messa con me in cattedrale: ne aspettavo pochi e invece sono venuti in trecento. Il programma lo discuterò e deciderò assieme a loro. E per i più anziani ho già individuato un vecchio convento vuoto: ne ricaverò una dimora la più bella e dignitosa possibile, perché se lo meritano dopo una vita spesa a servizio della Chiesa. Certo, di preti me ne occorrerebbero di più. Sono decisissimo a rafforzare la cura delle vocazioni, a cominciare dal ginnasio e liceo".
Si aspetta questo dai pubblici amministratori?
"Tutti vi si devono impegnare, ciascuno per la sua parte. Come vescovo, il mio compito è di predicare il Vangelo, ma la fede non è qualcosa di intimistico. È fede vera se forma l'uomo integrale e si concretizza nel sociale. Quando vedo l'enorme sporcizia che deturpa il volto della città, mi viene naturale ammonire dal pulpito che non si può essere puliti dentro se si è sporchi fuori".

Ma vede anche aspetti positivi, nella città, su cui far leva?
"Certamente, e li sto toccando con mano ogni giorno. Anzitutto c'è nei napoletani un forte senso del sacro. La pietà popolare è molto diffusa e coinvolge anche chi va poco a messa. Dovunque io mi muova, alla Sanità, al Carmine, nei quartieri anche più degradati, mi accolgono con festosità straordinaria. Sparano mortaretti, mi chiamano, invocano: 'A Madonna c'accumpagna'. E poi c'è un forte senso della famiglia. Il dolore e la gioia di ciascuno sono il dolore e la gioia di tutti. I napoletani sono molto ospitali. Gli immigrati cinesi, filippini, africani, polacchi sono tutti ben accolti. È questo il terreno buono sul quale lavorare, perchè la città non produca zizzania ma grano".

Il giorno del suo ingresso a Napoli, il 1 luglio, lei ha baciato la terra a Scampia dove trionfano droga e camorra. Perché?
"Un programma non l'ho ancora elaborato, ma con i miei primi atti ho voluto lanciare dei segnali. Come il Buon Samaritano mi piego sulle ferite della città. A Scampia avevano persino rubato il calice della chiesa: gliene ho portato in dono uno nuovo. Erano rimasti senza parroco e prontamente ho mandato là due giovani sacerdoti. Il giorno dopo il mio ingresso in diocesi sono andato all'ospedale Santobono a visitare i bambini ammalati. Poi sono andato a trovare i carcerati, a Poggioreale. Il mio posto è vicino ai sofferenti, ai disgraziati, ai poveri. La gente si aspetta da me non parole ma gesti concreti".
 

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