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| Sono al Massimo ma non ci penso |
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| Scritto da Redazione |
| Giovedì 21 Dicembre 2006 01:00 |
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di Alessandro Gilioli Le sconfitte. Lo scandalo. La tentazione di lasciare. E finalmente, il primato. Il patron nerazzurro racconta Un anno che ha cambiato tutto. Anche il suo carattere. Colloquio con Massimo Moratti Massimo Moratti Non era mai accaduto, da quando si è comprato l'Inter, che Massimo Moratti festeggiasse il Natale così: primo in classifica, lo scudetto sul petto e i rivali di sempre - Milan e Juventus - lontanissimi o altrove. Per non pensarci su troppo, e non rischiare di gasarsi guardando la classifica, il patron nerazzurro ha deciso di passare le vacanze di Natale lontano, a New York, a vedere la figlia che recita a Broadway.
Lasciando nella pioggia grigia di Milano i suoi sogni ancora intatti.Come va Moratti? Un po' meglio degli altri anni? "È strano. Ho sempre pensato che in una situazione così avrei fatto le capriole. Invece, niente". Perché? "Forse i troppi schiaffi presi in passato. Forse la prudenza, che a volte sconfina nella scaramanzia. Sta di fatto che qui siamo tutti con i piedi strapiantati per terra. Io per primo". Almeno non si sentirà più appiccicata addosso quell'etichetta di eterno sconfitto che l'ha inseguita per anni. "Ma io sapevo benissimo che non c'era niente di vero in quell'immagine creata dai media. Sapevo che se l'Inter non vinceva mai le ragioni andavano cercate altrove. In quella cappa di impossibilità che poi è emersa, ma a cui tutti sembravano indifferenti". Parla di Moggi, di Calciopoli? "A un certo punto mi ero rassegnato, a quella cappa. Capivo che, ad andare bene, con quel sistema lì saremmo sempre arrivati secondi. E allora ho pensato seriamente di mollare". Quando? "Attorno ad aprile di quest'anno. Non ce la facevo piu a vedere quello che succedeva nell'indifferenza generale. Non speravo che sarebbe venuta fuori la verità, almeno in tempi brevi. Ero davvero stufo". E allora? "Allora ho chiamato un paio di banche e le ho incaricate di vendere l'Inter. Anche la mia famiglia era d'accordo, non volevano più vedermi così stressato". Dopodiché? Un banchetto milionario che rischia di terminare il prossimo 30 giugno (a meno che il governo Berlusconi non rimetta mano alla questione) grazie a una norma fatta inserire nell'ultima Finanziaria dall'ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Per il leader dell'Italia dei Valori quello degli arbitrati è un autentico scandalo nazionale per la sistematicità con la quale soccombono le amministrazioni pubbliche e per i livelli dei compensi degli arbitri. Un andazzo documentato al dettaglio da Luigi Giampaolino, presidente dell'Autorità, che in una lettera dello scorso autunno ha fornito i dati sul fenomeno. Quelle cifre rivelano che su 279 arbitrati solo in 15 casi (il 5 per cento) le amministrazioni pubbliche sono uscite vittoriose. Per il resto, solo sconfitte e condanne che per le casse dello Stato si sono trasformate in una autentica débâcle economica: pagamento di danni per oltre 700 milioni di euro e spese processuali per altri 60 milioni, di cui ben 59 per i compensi dei 'giudici'. È per questi motivi che Di Pietro ha messo mano al dossier stoppando gli arbitrati e imponendo il ricorso ai normali tribunali per tutte le controversie che in futuro vedranno protagoniste le amministrazioni pubbliche. Ma chi sono gli arbitri che si sono divisi le più ricche parcelle? Il documento di cui 'L'espresso' ha preso visione riporta tutti gli arbitrati svolti presso la Camera arbitrale (nella quale, dal 2005, c'è l'obbligo di deposito di tutti i lodi, cioè le sentenze) dell'Authority dei lavori pubblici. Sia quelli cosiddetti 'liberi' (le parti gestiscono senza alcun vincolo le controversie, dalla composizione dei collegi ai relativi compensi) che quelli 'amministrati', cioè le liti in cui la Camera arbitrale nomina il presidente e fissa i tetti delle parcelle. I dati più interessanti, sia per i compensi (solitamente dall'1 al 3 per cento del valore della controversia) che per i professionisti gettonati nei collegi, sono quelli degli arbitrati liberi. A parte i nomi altisonanti come quello "Un paragone che non sta in piedi. Noi non abbiamo mai cercato il potere politico, infatti non ce l'avevamo prima e non ce l'abbiamo adesso. Volevamo e vogliamo solo competere lealmente. Prima non si poteva, oggi forse sì". Perché ha fatto pedinare Bobo Vieri? "Quando è arrivato all'Inter, avevamo dei dubbi sulla sua disciplina verso la società e i suoi dirigenti. Allora abbiamo commissionato un'indagine per capire quello che faceva, senza che venisse fuori niente di importante. Infatti poi Vieri è rimasto all'Inter altri cinque anni. E io di quella storia mi ero del tutto dimenticato: l'hanno tirata fuori al momento opportuno per far credere che eravamo uguali agli altri". Quanto l'ha pagata, quella indagine? "Sui 40 mila euro, mi pare. Un po' troppo, in effetti: il lavoro era scarsino". E l'arbitro Massimo De Santis, perché è stato "dossierato"? "Dell'esistenza di quel dossier ho saputo solo quando Enrico Mentana ne ha parlato in tv. E devo dire che il nome del fascicolo, "Operazioni ladroni", beh, l'ho trovato geniale. Ma noi non c'entravamo niente. L'hanno fatto altri, a nostra insaputa". E il passaporto falso di Recoba? "Il sottobosco del calcio è pieno di gente come i tizi che hanno fabbricato quel falso. Qualcuno, a Roma, ha organizzato tutta quella roba. Una cosa molto sgradevole, molto antipatica. Lui ha pagato con una lunga squalifica. Fine". Può mettere la mano sul fuoco che l'Inter non ha mai brigato con gli arbitri? "Certo. La mano sul fuoco". E che non avete mai dopato nessuno? "Due mani sul fuoco". Adesso che - forse - state iniziando a vincere, pare che siate antipatici a molti. "Il Foglio" ha scritto che siete diventati come la Juve gli anni scorsi. "Stiamo antipatici, forse, a milanisti e juventini: è giusto ed è normale che sia così. Ma siamo sempre gli stessi di prima, con la nostra filosofia. E credo che le nostre inziative di tipo sociale e culturale continuino a caratterizzarci. E a piacere anche ai non interisti". Il gemellaggio con Emergency, l'amicizia con il subcomandante Marcos, i campus nel Terzo mondo e così via? "Il nostro impegno con l'Inter cerca di andare oltre la partita alla domenica". Lei è di sinistra? "Mi perdoni, ma proprio non le posso dire per chi voto. L'Inter non appartiene a una sola parte politica e non voglio che sia caratterizzata come società di destra o di sinistra". Molti ultras però sono di estrema destra. Non le stanno sulle scatole i saluti fascisti tra le bandiere nerazzurre?
Pensa anche lei al mitico modello inglese, con gli stadi che diventano simili a centri commerciali e di entertainment?
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