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Yoshino: il sogno fiorito giapponese
Là lungo il sentiero,
cammina un taglialegna
e sale lungo il cammino
tortuoso:
"Dimmi, amico,
lassù sulla vetta:
sono fiori di ciliegio
o nuvole?"
Minamoto no Yoshimasa (1104-1180)
Yoshino
è un paese da fiaba, popolato da spiriti antichi, cosparso di ciliegi
che in aprile sbocciano di entusiasmo primaverile. É questo il
paese più significativo, quando si parla della “festa dei
ciliegi in fiore” in Giappone. Qui gli dei sin dai tempi più
remoti si danno convegno, proprio nei giorni della fioritura, evidentemente
decisi a non perdersi lo spettacolo. Gli spiriti, ghiotti di sakè,
si accomodano sui germogli in silenzio, tra i rami carichi di petali bianchi
e rosa, ogni anno, puntualmente, in attesa delle offerte di cui da sempre
sono omaggiati in questa stagione. Le divinità delle risaie sono
pronte a propiziare con un ricco raccolto chi vorrà recarsi presso
i ciliegi di Yoshino, loro prediletta dimora, a bere sakè e fare
offerte votive. E i giapponesi non mancano mai di celebrare questa, tra
le loro mille feste intrise di poesia e spiritualità. Bisogna immaginarli,
questi spiriti, mentre prendono posto tra i rami che ondeggiano gonfi
di fiori, altrimenti si rischia di smarrirsi in tanta bellezza. È
uno stordimento surreale: fiori su fiori su fiori, fin dove lo sguardo
riesce a spingersi. In aprile Yoshino è una vertigine di profumi
e petali, di vocii allegri, di gente che si reca DAVVERO in una città
per poterne vedere i ciliegi fioriti. Ha un nome, in Giappone, il recarsi
a vedere i fiori: Ohanami. É il cuore di un popolo spesso associato
alla spersonalizzazione, all'omologazione, che a volte deve assumersi
il peso di definizioni ignoranti e limitate: "disumano" "troppo
occidentalizzato"... Qui a Yoshino le risa e la confusione della
festa si confondono con lo stormire dei rami affollati di spiriti, uomini
e dei ridono insieme. Bisogna immaginarseli, davvero, questi spiriti appollaiati
tra i rami, splendenti come in Sogni di Kurosawa, e vien da dire "peccato,
erano peschi, in quel sogno”, mentre li si guarda sfilare davanti
a noi, con gli abiti da cerimonia. Yoshino, circondata com'è dalle
montagne di Kii, dimora degli dei, ha davvero qualcosa di magico: viene
chiamata anche "Hitome Senbon" mille piante a colpo d'occhio:
su sedici tipi di ciliegio, qui ne fioriscono 12, onde di fiori bianchi
e rosa che si gonfiano di vita nel paese delle centrali nucleari. Un'immagine,
quella dei ciliegi di Yoshino, che da sola basterebbe a far passare la
voglia di folli soluzioni contro natura. Malgrado il sottobosco muschiato
di funghetti atomici, la bellezza si trattiene nel Giappone moderno, restia
ad abbandonare questo Paese boschivo pieno di sorprese. Dal VII secolo
un sacerdote buddhista, En no Ozuno, redarguisce gli abitanti della zona
col suo antico monito: i ciliegi di Yoshino, disse, vanno protetti e rispettati,
se non si vuole incorrere nelle ire delle divinità.
Così i sacri ciliegi ancora esistono e resistono, mormorano nel
vento, si presentano puntuali, come da uno spirito giapponese ci si aspetta,
ogni anno all'appuntamento con il viaggiatore assetato d'incanto. I giapponesi
lo chiamano "sogno fiorito giapponese", ma non è sogno.
É realtà, finché sapremo mantenerla tale. Non riguarda
la sola cittadina di Yoshino, ma l'intero Paese del Sol levante. Però
è proprio Yoshino, il paese dei ciliegi, quello che fin da bambini
sentiamo nominato nei manga e nei cartoni animati giapponesi (anime),
quello che si vorrebbe visitare qualora si decidesse di attraversare il
pianeta per raggiungere il Giappone. In aprile la cittadina è in
festa, e non stupirà conoscere la lettura che alcuni hanno dato
al kanji (ideogramma) che indica i sakura, ossia i ciliegi: accanto all'ideogramma
di albero, c'è infatti quello di donna, sormontato da un frammento
che pare un ornamento. Lo spirito del Giappone shintoista si vivifica
tra questi alberi che respirano in silenzio per tutto l'anno, preparandosi
a scoppiare di bellezza in aprile, durante la festa della fioritura, quando
le centinaia di ciliegi sembrano impazziti, ubriachi di vita, pronti a
danzare nella luce con le loro sfumature e i loro profumi inebrianti.
La cittadina di Yoshino accoglie il visitatore con dolci ai fiori di ciliegio,
gelati alla ciliegia, effigi di ciliegi: tutto diventa rosa come nei sogni
delle bambine. Chi si reca a Yoshino, prepara pietanze per un picnic da
consumare, spesso in kimono tradizionale, ai piedi di uno dei mille alberi.
Chi è abituato a immaginare un Giappone spersonalizzato e disumano
farebbe bene ad avvicinarlo in una veste, peraltro affatto rara, di festa
come questa: persino i telegiornali si soffermano a mostrare lo stato
di apertura delle corolle, raccontando con lunghe inquadrature l'umore
dei fiori e lo sbadiglio dei boccioli. Yoshino, nel paese del nucleare,
è di una bellezza, in primavera, che vien voglia di indossare kimono
e danzare e cantare come se tutto fosse normale. Da sempre ritenuto un
luogo campagnolo, popolato di gente semplice, circondato dalle montagne
Kii, leggendarie e a loro volta piene di dei, Yoshino è punteggiata
di templi che emozionano non meno degli alberi. Si può visitarla
in un giorno, per godere del mare di petali in tempesta, oppure restarci
qualche notte, per visitarne i dintorni, perdersi in escursioni che potrebbero
riportare alla mente dei più appassionati cultori del Giappone
un film di Miyazaki: Tonari
no Totoro, ma forse ancora di più La città incantata, che
ha guadagnato un oscar come migliore film di animazione, e che racconta
di una località termale in cui gli spiriti vanno a rilassarsi.
Le escursioni non mancano, gli itinerari nei dintorni rivelano inaspettati
incanti, varrebbe la pena non saziarsi della sola eppur sublime vista
dei mille sakura. Perché alla bellezza, come all’orrore,
non c'è mai fine. Malgrado tutto. Perché svegliarsi in un
luogo incantato, ben riposati e pronti ad appellarci al nostro diritto
alla meraviglia, può dare alla realtà che ci circonda nuove
prospettive. Nuovi parametri di normalità. Una menzogna ripetuta
molte volte NON diventa una verità: resta una pericolosissima menzogna.
Guardarsi attorno e sentirsi parte della terra, degli alberi, del vento,
del legno di cui sono costituiti i templi: accorgersi che vogliono farci
credere normale l'uso di fonti energetiche oggettivamente pericolosissime.
Ripensarci, guardando le bambine col kimono e quelle con i calzettoni,
i bimbi piccoli che corrono rotolandosi tra i petali già caduti
sui grandi teli stesi a terra, camminando in un sentiero di camelie rosso
sangue, arrampicandosi per raggiungere un tempio, sotto un sole che se
la ride, "bello raggiante con grande splendore", luminoso come
una preghiera, mentre intorno sbocciano altri boccioli. Accorgersi che
non ci hanno detto tutto, riguardo alle alternative possibili, e che il
concetto di "contro natura" non è mai retorico. Accorgersi
che quelle corolle si aprono in silenzio, da sempre, senza energia nucleare.
E sorprendersi ignoranti. Più ignoranti di un fiore.
In valigia: Sogni di Kurosawa, Yoshino di Tanizaki Jun’ichirô,
Economia all’idrogeno di Jeremy Rifkin.
Jenny Delle Donne
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