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| La città incompresa |
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| Scritto da Redazione |
| Martedì 12 Settembre 2006 01:00 |
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di Massimiliano Fuksas Le aree urbane in passato sono spesso state disegnate da uomini di potere in base a logiche politiche. Ma oggi gli architetti dovrebbero porre attenzione alle esigenze sociali La Biennale di Venezia di quest'anno, inaugurata il 7 settembre, riporta ai temi urbani e sociali di quest'epoca difficile di post-globalizzazione. Naturalmente ogni disquisizione e ipotesi ha il corollario ben noto: il 60 per cento della popolazione mondiale ormai vive in aree urbane. Poi toccò ad Haussmann. Poi in generale alle città dell'800. A parte pochi interventi come i citatissimi casi di Brasilia, Chandigarh, e Dhaka, esempi di architetti impegnati non in singole opere, ma in grandi aree urbane ce ne sono ben pochi. La Cina stessa, che poteva essere il primo paese a dare senso a una nuova visione urbana, è ricaduta nel sistema dell'urbanistica anglosassone e occidentale. Cambiano soltanto quantità e dimensioni. Nel pendolo del gusto (tanto per citare il grande Gillo Dorfles), fra critica all'architettura iconica e landmark, e riscoperta dell'urbanistica sociale, il giusto equilibrio è in quel territorio tra le due opzioni: architettura iconica - urbanistica sociale. In ogni caso, chiamiamolo sociale o chiamiamolo etico, è sempre a questo ambito che l'architetto dovrebbe porre attenzione.
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