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| Voglia di bomba |
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| Scritto da Redazione |
| Venerdì 03 Novembre 2006 01:00 |
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di Antonio Carlucci La minaccia dell'Iran. Il test della Corea del Nord. Il ricatto nucleare è la nuova arma con cui le diplomazie si devono confrontare Il leader nordcoreano Kim Jong II E otto. Con il test sotterraneo deciso nel cuore delle montagne che contornano il villaggio di Kilju, la Corea del Nord è entrata come ottava nel club dei paesi che ufficialmente dichiarano di possedere la bomba atomica. È un ingresso non desiderato, quello del regime di Kim Jong Il, un dittatore che sta al vertice di una piramide dove una cricca familiare conduce una vita sfarzosa, una enclave militare gode di una parte dei frutti di questo potere per proteggerlo e 23 milioni di uomini, donne, vecchi e bambini vivono in miseria e senza diritti.
(al centro) Con l'esplosione di lunedì 9 ottobre, Kim Jong Il conclude un percorso politico cominciato quasi 30 anni fa dal padre Kim Il Sung. Allora il mondo era assai diverso, c'era ancora la Guerra Fredda, la Cina non era quel bolide economico e politico lanciato a tutta velocità da una miscela di comunismo e capitalismo e la Russia non era diventata una autocrazia guidata dagli ex del Kgb sovietico. L'esperimento nordcoreano arriva in un mondo dai molteplici scenari di crisi. E dove la voglia di bomba atomica non si è manifestata solo a casa di un dittatore paranoico e stalinista. C'è anche l'Iran islamico e sciita di Mahmoud Ahmadinejad che manifesta apertamente, e con atti concreti, uno sfrenato desiderio nucleare. Il presidente dell'Iran ha ingaggiato un duro braccio di ferro con la comunità internazionale, fino a ignorare una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che imponeva a Teheran di sospendere entro il 31 agosto scorso ogni processo di arricchimento dell'uranio. Sembra ormai che il Trattato di non proliferazione nucleare, con le sue 188 firme, sia un quadro ingiallito chiuso in uno stanzino polveroso. Perché altri paesi hanno manifestato negli ultimi mesi interesse per il nucleare: sia pure riferendosi pudicamente al solo uso civile, se ne discute in Egitto come in Brasile. Mentre il leader libico Gheddafi ha chiesto a voce alta: "E perché mai la Libia non dovrebbe possedere tecnologia nucleare?" Sono storie assai diverse quella della Corea del Nord e quella dell'Iran. Pyongyang ha fatto del possesso della bomba atomica un elemento strategico della sua politica nei confronti dell'Occidente e dei vicini (Russia, Cina, Corea del Sud e Giappone); Teheran sembra ancora oggi usare la minaccia del nucleare militare come una scelta tattica. L'obiettivo di Kim Jong Il è sempre stato di ottenere il massimo di aiuti economici dal resto del mondo, non per il suo paese, ma solo per se stesso e per coloro che lo sostengono, militari in prima fila ("È un evento storico che ha incoraggiato e soddisfatto enormemente l'esercito coreano e le persone che sperano da tempo di acquisire forza e autosufficienza per la difesa del paese", recita il comunicato ufficiale della Corea del Nord). Le mosse di Teheran sembrano giocare tutte all'interno dello scenario che dal Medio Oriente si estende fino all'Afghanistan. Mahmoud Ahmadinejad ha sfruttato la lunga serie di errori di Washington in Iraq per allungare la sua presenza nel paese ex nemico, si è costruito un confine artificiale con Israele armando e finanziando Hezbollah in Libano, ha giocato con l'alto prezzo del petrolio paventando rallentamenti nelle forniture, ha cominciato la corsa la nucleare. Tutto per conquistare la leadership regionale e vedersela riconosciuta. La voglia di bomba atomica fu manifestata apertamente dalla Corea del Nord nel 1993 con l'annuncio del ritiro dal Trattato di proliferazione. L'allora dittatore Kim Il Sung, cui piaceva tanto l'appellativo di 'grande leader' (il figlio ha scelto per se stesso il più gentile 'caro leader'), fece sapere di aver accumulato le barre di uranio di una centrale civile ormai spenta con lo scopo di dotarsi di un ordigno nucleare. Il ricatto funzionò, e ha continuato a portare i risultati per lungo tempo. Nel 1994, Bill Clinton, appena eletto presidente degli Stati Uniti, scelse la via del dialogo diretto. Spedì a Pyongyang l'ex presidente Jimmy Carter: fu firmato il cosiddetto 'Agreed Framework'. Il regime comunista si impegnava a mettere da parte i programmi nucleari in cambio di consistenti aiuti economici in termini di petrolio, gas, cibo. Subito dopo la firma dell'accordo, Kim Il Sung morì. E lo scettro del potere passò al figlio (oggi ha 64 anni) che dal genitore aveva imparato le cose essenziali per essere un dittatore modello: usare i militari per mantenere il dominio assoluto, facendo loro condividere pezzetti di potere; eliminare qualsiasi oppositore; giocare spregiudicatamente nell'area asiatica per vivere di rendita e di aiuti esterni visto che anno dopo anno le folli spese militari e l'economia pianificata hanno fatto della Corea del Nord un grande lager. Naturalmente il 'caro leader' non ha mai dimenticato di far paura al mondo con l'atomica, mentre nel privato ha giocato e gioca con le Mercedes, di cui possiede decine di modelli, e con il cinema, sua grande passione che lo ha spinto a ordinare ai servizi segreti il rapimento di un regista sudcoreano per obbligarlo a impiantare una Hollywood in salsa nordcoreana a Pyongyang. Nel 1999 il dittatore è riuscito a fare il salto tecnologico verso la bomba. Lo si è saputo solo dieci giorni fa quando è apparsa nelle librerie americane l'autobiografia del presidente pakistano Parvez Musharraf 'In the Line of Fire' (sulla linea del fuoco): l'ex generale oggi al potere a Islamabad (il suo paese possiede la bomba atomica e da decenni in quell'area si alternano momenti di grave tensione a periodi di distensione con l'India che pure possiede ordigni nucleari) ha raccontato di essere sicuro che, appunto nel 1999, una delegazione della Corea del Nord, teoricamente formata di ingegneri missilistici, nascondeva al suo interno alcuni tecnici nucleari che furono messi in grado di costruire e far funzionare le centrifughe necessarie ad arricchire l'uranio. Pachistano è infatti l'ingegnere Abdul Qadeer Khan che era a capo dei progetti del suo paese e che si è scoperto aver offerto e venduto segreti atomici a molti paesi, tra cui anche l'Iran. Da quel momento Kim Jong Il ha utilizzato la paura della bomba ogni volta che ha voluto. Soprattutto negli ultimi quattro anni. A dicembre del 2002 ha espulso dal Paese i controllori dell'Agenzia atomica. Pochi mesi dopo, pressato da una terribile carestia, riaprì le porte: ad agosto del 2003 accettò trattative a sei in Cina sul nucleare (da una parte Pyongyang, dall'altra Usa, Cina, Giappone Russia, Corea del Sud) e a dicembre accolse tecnici atomici Usa e imprenditori di Seul. Tutto il 2004 fu segnato dalle trattative. Quindi un nuovo irrigidimento, fino all'annuncio che la bomba era pronta (febbraio 2005) e a un test di missili balistici (luglio 2006). L'epilogo è arrivato il 9 ottobre. E apre scenari inquietanti. Il più catastrofico è quello del delirio di onnipotenza del dittatore che mette nelle mani dei terroristi alcuni giocattoli nucleari. In ogni caso c'è da capire al più presto se l'esplosione sotterranea sia un momento di forza del dittatore o un segno di debolezza. Poi, bisognerà attendere le mosse non solo della Cina e della Russia, ma anche di Giappone e Corea del Sud: all'orizzonte potrebbe apparire un ipotetica, e molto pericolosa, corsa al riarmo dell'intera area (in Corea del Sud e in Giappone sono stanziati decine di migliaia di soldati Usa), a cominciare dal desiderio di Tokyo di possedere la bomba atomica. E infine, è necessario guardare l'America di George W. Bush che in in questi sei anni di presidenza ha ballato tra l'isolamento, il colloquio diretto e le minacce di ritorsioni non solo economiche, senza mai decidersi quale fosse la strada migliore. Non sarà facile gestire la crisi nordcoreana essendo aperta contemporaneamente quella del nucleare iraniano. Ahmadinejad, un ingegnere civile di 50 anni che si è formato alla politica come sindaco di Teheran, ha cinguettato da lontano con Kim Jong Il, rendendo pubblica una lettera di supporto del dittatore nordcoreano sulle voglie atomiche di Teheran e utilizza platealmente la questione atomica per galvanizzare le masse iraniane contro i nemici esterni, tappando così la bocca a chi vuole ricordargli i fallimenti in politica interna. A cominciare dalle promesse di una redistribuzione dei profitti del petrolio. Da due anni Ahmadinejad dà velocità alla macchina per la ricerca nucleare e l'arricchimento dell'uranio o la rallenta in funzione degli obiettivi contingenti: per esempio, a fine agosto, scadenza dell'ultimatum del Consiglio di sicurezza, ha inaugurato uno stabilimento per il trattamento dell'acqua pesante e subito dopo ha dichiarato che è sempre tempo di trattative per allontanare lo spettro delle sanzioni. C'è qualcosa che oggi rende assai diverse le due vicende: mentre a Pyongyang non si è mai registrata alcuna voce dissidente, nelle ultime settimane in Iran si è aperta una battaglia nella quale viene utilizzato il padre della Repubblica islamica, l'ayatollah Khomeini. Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente della Repubblica assai vicino a Khomeini e che non si è mai schierato né con i riformisti né con i conservatori, ha reso pubbliche due lettere fino a oggi sconosciute per colpire Ahmadinejad attraverso Mohsen Resai, un leader dei pasdaran. La prima porta la firma di Khomeini il quale scrive: "Non è possibile combattere contro tutto il mondo e allo stesso tempo far progredire il paese". La seconda è una missiva di Resai indirizzata a Khomeini che denunciava la carenza di materiale bellico e invitava il leader a cominciare una politica di armamenti. Adesso la parola è alle Nazioni Unite e al Consiglio di sicurezza. Tutti premono per fare qualcosa. Cosa esattamente, oltre alle sanzioni che non sembrano funzionare più di tanto, è difficile dirlo. E a confrontarsi con la voglia di atomica entro poche settimane sarà chiamato il nuovo segretario generale dell'Onu designato, il sudcoreano Ban Ki-moon. Un inizio tutto in salita. Un club |




