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Godo Baseball Solitamente, in Italia, siamo portati a considerare Calcio e Sport come sinonimi. Tutti gli scandali di questa estate, con i loro splendidi nomi da telegiornale estivo: Moggiopoli – Calciopoli, hanno reso quasi imprescindibile il binomio sport-sporcizia, questo non è corretto. Il binomio corretto da usare in questo caso sarebbe soldi-sporcizia, perché in un periodo in cui ogni partita di calcio sembra una partita a Subbuteo, mossa solo da interessi economici, sembra di vederle le gigantesche dita di Murdock e Berlusconi unire pollice e indice in una partita ormai tutta loro. Lo sport è questo: Renzo Casali nel 1964 aveva 17 anni, sentì parlare di baseball e ne restò affascinato. Da quel giorno Godo, una frazione di 1800 anime in provincia Ravenna, vide un gruppo di ragazzini giocare con bastoni e palline di carta ricoperte con camere d'aria delle biciclette. La passione ha fatto il resto, ora sono in serie A, con le grandi di sempre. Renzo Casali è il fondatore della squadra di baseball di Godo, Godo è una piccola frazione di Russi,con solo 1800 abitanti, in provincia di Ravenna e la squadra ha raggiunto la serie A1, da quando esiste questa squadra? La squadra è nata nel 1964 grazie a un ragazzo di Parma che, trasferitosi a Ravenna con la famiglia, ha iniziato a parlare di baseball in classe, io ero il suo compagno di banco, quello che recepii erano delle divise bellissime, colorate, avevo 17 anni e mi ero esaltato, nel tornare a casa con i miei compagni in treno cominciai a parlare di questo sport, mio padre era un falegname, mi aveva fatto una mazza in legno rudimentale, per poter avere le palline prendevamo le camere d’aria delle biciclette, si tagliavano ad anelli e si arrotolavano su delle palline di carta di giornale pressata, una volta che avevamo le palline si andava in un campo a giocare, le basi erano fogli di giornale, rami, poi abbiamo avuto la fortuna di scoprire che il portiere di un albergo di Ravenna aveva collaborato alla traduzione di un libro sul baseball dall’inglese all’italiano. Durante un inverno lo abbiamo interpellato, l’unico di noi che, già maggiorenne, aveva la patente lo portava in un bar di Godo dove si facevano le lezioni di baseball, tutte le settimane una quindicina di ragazzi pagavano 50 Lire, i soldi che i genitori ci davano per andare al cinema o per prendere un gelato o una bibita, andavano tutti in una cassa comune per poter finanziare questa nuova avventura, e con questi soldi si iniziò a comprare il primo materiale, a pagare la benzina per portare questo signore avanti e indietro e il primo anno facemmo il campionato juniores, purtroppo questo signore fu trasferito a Bologna e se ne andò, noi rimanemmo un po’ spaesati da questo, però la voglia di scoprire questo sport sconosciuto ci fece andare avanti. Qui a Godo ci chiamavano in dialetto “quìi de bastò”, che significa “quelli del bastone”, fatto il primo campionato, avevamo 18 anni non potevamo più fare il campionato Under 18, facemmo l’ultima serie, credo fosse la Serie D, per questo campionato noi eravamo ancora molto inesperti e abbiamo reclutato nella nostra squadra degli americani che erano militari in una base Nato a Ravenna, con questi americani siamo riusciti ad avere un po’ di materiale, un po’ di informazione in più sul gioco del baseball, perché la prima partita ufficiale che facemmo con una squadra discreta ebbe un risultato che parla chiaro 30 – 3 per la squadra di Bologna, questi americani iniziarono a darci un po’ di gioco. Nelle varie generazioni, fino ad arrivare ai bambini di oggi, sono state molte le persone che hanno giocato a baseball qui a Godo? Assolutamente si, tutti hanno avuto un po’ a che fare con il baseball, tra giocatori, genitori, accompagnatori, dirigenti, è un piccolo centro e tutti hanno conosciuto il baseball da vicino. La mamma di un giocatore della Serie A1 mi ha confidato che ogni bambino che nasce è “condannato” a giocare a baseball, perché tutti i padri sono appassionati di baseball... È come se dentro alla culla venisse messa una piccola mazza da baseball... diciamo che per i più fanatici è cosi! La nostra forza è l’attività giovanile, è una passione che si tramanda di padre in figlio, per esempio, il nostro seconda base ha 18 anni, gioca in Serie A1 e in nazionale, Mattia Bucchi, ha il padre Roberto, che ha iniziato a giocare subito dopo la nascita della società, e avevano giocato a baseball anche le sorelle, tuttora anche i nonni cucinano e si impegnano per la società. Noi cerchiamo di coltivare i settori giovanili, le nuove leve, cerchiamo di non abbandonarli quando arrivano ad una certa età, un ragazzo molto promettente aveva bisogno di crescere, fare esperienza, lo abbiamo mandato a giocare in Serie B per poi riprenderlo una volta fatta l’esperienza necessaria. Quanto la base americana è stata importante in tutta questa avventura? Attraverso il loro aiuto non ci siamo persi d’animo, ci ha fornito anche dei buoni giocatori, che ci hanno insegnato a giocare, è la base dell’Aeroporto di Ravenna, loro sono stati i primi a darci i rudimenti. Mi racconta la prima volta che ha visto giocare a baseball? La prima volta è stato quando lo abbiamo provato noi, giocavamo con delle regole completamente inventate, perché non si conoscevano assolutamente! Poi dopo siamo andati a vedere delle partite a Bologna. E la prima volta che hai preso in mano una mazza e una pallina? La prima mazza me la fece mio padre, con una lima e un tronco di legno, ci sentivamo dei pionieri, era uno sport che non era assolutamente conosciuto, andavamo avanti anche perché vedevamo nelle facce della gente quelle espressioni che sembravano dire: ma questi cosa fanno? Anche questa è stata una molla che ci ha portati ad andare avanti con questo sport. Lei in che ruolo giocava? Io ho finito la mia carriera giocando come esterno destro, ma a parte il ruolo di lanciatore li ho coperti un po’ tutti, un po’ per necessità, ma il ruolo che ho sentito più mio è il prima base. Quando avete iniziato vi aspettavate di arrivare in Serie A1? Assolutamente no, stiamo sbalordendo noi e tutto il mondo del baseball, il campionato di serie A1 è molto molto duro. - Maurizio Pompei -
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Rubrica a cura di Maurizio Pompei
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