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| Da Scampia si vede Pechino |
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| Scritto da Redazione |
| Lunedì 25 Settembre 2006 01:00 |
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di Roberto Saviano I boss camorristi hanno scoperto la Cina prima di tutti. E creato ambasciate e società miste. Che dal porto di Napoli invadono di merci l'Europa Il primo rapporto tra una certa economia cinese e l'Occidente non sono i patti, non sono le cene, non sono neanche i contatti diplomatici. Sono i porti a fare il legame. Non è un caso se i colossi del settore dai grattacieli di Hong Kong adesso vogliono fare compere da noi: sognano di mettere le mani sui moli di Gioia Tauro, di Palermo o di Augusta. Ma Napoli è stato il primo porto a diventare completamente cinese, una vera e propria colonia economica, colonia di investimento ovviamente perché di cittadini cinesi non se ne vedono molti. Il risultato è che non v'è prodotto che non passa per il porto di Napoli: è il punto finale dei viaggi delle merci cinesi, vere o false, originali o tarocche. Il solo porto di Napoli movimenta il 20 per cento del valore dell'import tessile dalla Cina. Ma bisogna fare attenzione ai dati: perché in realtà oltre il 70 per cento della quantità del prodotto passa di qui. È una stranezza complicata da comprendere, ma le merci nel porto di Napoli riescono a essere non essendoci, ad arrivare pur non giungendo mai, a essere costose al cliente pur essendo scadenti. Basta un tratto di penna sulla bolletta d'accompagnamento per abbattere i costi e l'Iva radicalmente. La merce deve arrivare nelle mani del compratore subito, presto, prima che il tempo possa iniziare, il tempo che potrebbe ospitare un controllo. Quintali di merce si muovono come fossero un pacco contrassegno che viene recapitato a mano dal postino a domicilio. È come se nel porto di Napoli si aprissero dimensioni temporali inesistenti, nei suoi 1.336.000 metri quadrati per 11,5 chilometri il tempo ha dilatazioni uniche. Proprio in questi pontili opera il più grande armatore di Stato cinese, la Cosco, che possiede la terza flotta più grande al mondo e ha preso in gestione il più grande terminal per container, consorziandosi con la Msc, che possiede la seconda flotta più grande al mondo con sede a Ginevra. Svizzeri e cinesi si sono consorziati e a Napoli hanno deciso di investire la parte maggiore dei loro affari. Qui dispongono di oltre 950 metri di banchina, 130 mila metri quadri di terminal container e 30 mila metri quadri esterni, assorbendo la quasi totalità del traffico in transito nel centro campano. A Napoli ormai si scarica quasi esclusivamente merce proveniente dalla Cina: 1 milione 600 mila tonnellate. Quella registrata. Perché almeno un altro milione passa senza lasciare traccia. Nel solo porto campano, il 60 per cento della merce sfugge al controllo della dogana, il 20 per cento delle bollette non viene controllato e vi sono 50 mila contraffazioni di documenti: il 99 per cento dei materiali che si infilano in questo buco nero è di provenienza cinese e si calcolano, con riferimento soltanto a questa dogana, 200 milioni di euro di tasse evase a semestre. Il trucco con cui entra la merce non è complicato, e basta passeggiare qualche settimana la mattina presto tra i container che vengono svuotati o a volte controllati per comprenderne il congegno. Tutto arriva e parte con gli Iso ossia i container. Iso sta per International Organization for Standardization: ogni Iso è regolarmente numerato e registrato con una formula: quattro lettere (delle quali le prime tre corrispondono alla sigla della compagnia proprietaria) - sette numeri - un numero finale. Spesso però ci sono Iso con la stessa identica numerazione. Così un container già ispezionato battezza tutti i suoi omonimi illegali. Semplice, efficacissimo, milionario. Poteva sfuggire un'occasione del genere ai signori della camorra imprenditrice? Loro hanno tutto, e ben prima dei politici italiani e di Confindustria che si affaticano per rincorrere il mercato cinese. Senza sapere che il clan Di Lauro li ha preceduti, li ha distanziati di brutto: i padroni di Secondigliano e guerrieri di Scampia sono stati i primi. Tutto cominciò con uno scatto. Importarono macchine fotografiche, videocamere. Lo fecero dieci anni prima che Confindustria spingesse gli imprenditori italiani ad andare laggiù. Un rapporto della Direzione antimafia campana mette insieme tutte le facce di questo affare e i nuovi Marco Polo partiti dalla periferia vesuviana. Con basi piantate pure a Taiwan dove Pietro Licciardi, detto 'l'imperatore romano', aveva aperto un negozio con giacche di alta sartoria. La dialettica dei clan ha avuto questo vettore da subito. Nelle fabbriche cinesi si produceva per conto delle migliori marche del mondo, bisognava saper approfittare dei loro indotti, e sfruttarli a proprio vantaggio. Un'industria che produce per sei mesi un tipo di macchina fotografica, può fabbricarla per altri sei mesi. Ma non può farlo per lo stesso marchio. Può produrre il medesimo modello, con l'identica qualità tecnologica mettendoci sopra un logo differente. E su questo meccanismo entrano in gioco i clan. Contini, Licciardi e Di Lauro. Le famiglie secondiglianesi. Ricche grazie alla droga e agli investimenti nel tessile, nel turismo e nell'edilizia. Potenti grazie alle batterie di killer ragazzini e di ancor più giovani vedette. Rapide come imprenditori del mercato globale. Così la Cina è divenuto un serbatoio di produzione per i camorristi molto prima che per gli industriali italiani. Tutto a partire da quelle macchine fotografiche digitali che hanno 'monopolizzato', secondo le ricostruzioni dei magistrati, il mercato dell'Europa Orientale: la famosa Canon Matic, fatta produrre in Cina direttamente dai Di Lauro che ne gestiscono anche l'importazione.
Ma non ci sono solamente schiavi. Quella è un'altra immagine che rischia di diventare passato, archeologia industriale come molti dei luoghi comuni sull'economia asiatica. Al quartiere Sanità qualche tempo fa avevo incontrato una ragazzina napoletana che si era messa a lavorare in una fabbrica cinese. Raccontò il suo nuovo mestiere dicendo: "Mi sono messa a fare la cinese". Un tempo il quartiere Sanità era il regno delle fabbriche dei guantai, raccontavano che persino i guanti della principessa Sissi erano stati prodotti in questi vicoli. E ora lentamente arrivano i cinesi, riescono a ridare energia a produzioni di qualità che in Italia sono scomparse per l'aumento del costo della manodopera sentito anche nel lavoro nero.
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