L'intervista a teatro su arte, diritti e memoria, a colloquio con Antonello De Pierro
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Il leader del movimento Italia dei Diritti - De Pierro e già direttore storico di Radio Roma analizza il profondo legame tra impegno civile e palcoscenico, partendo dal successo di "C’eravamo tanto odiati" per riflettere sulla solitudine moderna e il valore dell'amicizia

Roma - Dopo la prima di "C’eravamo tanto odiati" al Teatro Golden, abbiamo incontrato il Presidente Antonello De Pierro. Tra i ricordi degli anni a Radio Roma e le nuove battaglie civili, emerge il ritratto di un uomo che vede nel palcoscenico lo specchio necessario di una società che non deve mai perdere la propria umanità.
Presidente De Pierro, la sua presenza al Teatro Golden per la prima di Ammendola e Oppini non è passata inosservata. Cosa l'ha colpita di più di questo spettacolo?
"Ciò che mi ha colpito profondamente è la capacità di Pino Ammendola di narrare la fragilità umana. Vedere due giganti come Franco Oppini e lo stesso Ammendola interpretare l'odio che scaturisce dal dolore, per poi approdare a una solitudine nuda, è un’esperienza che scuote. Come Italia dei Diritti - De Pierro, sosteniamo questo tipo di teatro: quello che non si limita a intrattenere, ma che obbliga a riflettere sulla precarietà dei legami e sull'illusione del successo."
Lei è stato accompagnato da Rita Belpasso, figura di spicco del suo movimento a Guidonia Montecelio. C’è un messaggio politico in questa partecipazione corale alla vita culturale?
"Assolutamente sì. La presenza mia e di Rita Belpasso, che oltre a essere un'astrologa e pittrice di talento è una nostra colonna portante a Guidonia, serve a ribadire un concetto per noi fondamentale: la cultura è un diritto. Spesso la politica si occupa solo di numeri e scadenze, dimenticando che il benessere di una comunità passa per la sua crescita intellettuale. Portare la delegazione del movimento a teatro significa dire chiaramente che noi ci siamo, laddove si produce pensiero critico."
Facciamo un salto nel passato. Per dieci anni Lei è stato la voce storica e il direttore di Radio Roma. Quanto di quell'esperienza giornalistica vive ancora oggi nel suo impegno per il teatro?
"Vive in ogni mia azione. Quegli anni a Radio Roma sono stati una palestra di libertà. In un'epoca in cui la cultura veniva spesso marginalizzata, noi ne facemmo la nostra bandiera. Intervistare artisti, dare voce alle compagnie indipendenti, raccontare il dietro le quinte del palcoscenico... era il mio modo di fare servizio pubblico. Oggi, con l'Italia dei Diritti - De Pierro, porto avanti quella stessa missione: difendere gli spazi del pensiero libero."
Nello spettacolo "C’eravamo tanto odiati", si parla di una solitudine che né l'arte né il successo possono mitigare. È un tema che riscontra anche nella sua attività di osservatore sociale e politico?
"Purtroppo sì. Viviamo in un'era di iper-connessione che nasconde un isolamento esistenziale spaventoso. Lo spettacolo di Ammendola mette a nudo questa verità in modo magistrale. Il successo è effimero; ciò che resta sono i rapporti umani. La nostra battaglia politica è anche una battaglia contro la solitudine del cittadino, che spesso si sente abbandonato dalle istituzioni esattamente come i due protagonisti dello spettacolo si sentono abbandonati dal loro passato glorioso."
Il parterre della serata era gremito di Vip, da Max Tortora ad Adriana Russo, da Maria Monsè a Gigi Miseferi. Qual è il suo rapporto con questa comunità artistica che sembra riconoscerla come un punto di riferimento?
"C'è un rapporto di stima reciproca costruito in decenni di onestà intellettuale. Lo stesso protagonista Pino Ammendola è stato, nel decennio che mi ha visto alla direzione di Radio Roma, sempre un graditissimo ospite. Molti di loro ricordano le mie battaglie radiofoniche; altri apprezzano la coerenza del mio movimento politico. Vedere Ada Alberti sostenere il marito Franco Oppini, o Maria Letizia Gorga al fianco di Pino, ci ricorda che dietro ogni grande artista c'è una rete di affetti vera. Il mio ruolo è quello di essere un ponte tra queste eccellenze e le istanze dei cittadini che rappresento."
Un'ultima domanda, presidente. Lo spettacolo finisce con un messaggio di tenerezza inaspettata. Qual è il "finale" che sogna per l'impegno culturale dell'Italia dei Diritti?
"Sogno un Paese dove il teatro torni a essere centrale nelle scuole e nelle piazze. Vorrei che, proprio come accade nel finale di questa commedia, i cittadini escano dalle difficoltà quotidiane 'rasserenati', non perché i problemi siano spariti, ma perché hanno trovato la forza nella condivisione e nella bellezza. L'Italia dei Diritti - De Pierro continuerà a essere il custode di questa speranza."