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Dalla vittoria al World Soundtrack Award fino al successo di "Bentornati al Sud": il celebre compositore premiato nella sua Latina come simbolo incontaminato di talento, passione e riscatto territoriale

di Antonello De Pierro

Roma - In un'epoca drammaticamente segnata dalla desertificazione culturale, dall'omologazione mediatica e dal trionfo di una mediocrità urlata che tenta quotidianamente di soffocare il merito, esiste ancora una trincea d'eccellenza capace di restituire dignità, orgoglio e splendore all'arte autentica. Una trincea presidiata con fierezza da figure monumentali che, attraverso la forza dirompente del proprio ingegno, continuano a portare la bandiera del talento italiano nel mondo. È il caso del maestro Umberto Scipione, gigante della composizione cinematografica e sublime tessitore di emozioni in note, recentemente incoronato a Latina nell'ambito della trentaduesima edizione della prestigiosa manifestazione La notte dei gatti - People della Provincia di Latina.

Un riconoscimento speciale, nato da un'idea di Virginio Moro e patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Latina, che giunge come la naturale e doverosa consacrazione di un percorso artistico fulgido, intriso di sacrificio, rigore e genio creativo. Ricevere questo premio nella propria terra natìa, direttamente dalle mani del presidente della Provincia di Latina, il dott. Federico Carnevale, in una piazza del Popolo gremita e suggestiva, magistralmente condotta dai colleghi Alga Madia e Amedeo Goria, non rappresenta soltanto un tributo formale, ma un vero e proprio atto d'amore e di riscatto identitario.

Non possiamo, del resto, rimanere inerti o silenti dinanzi alla statura internazionale di un artista che ha saputo scalare le vette del panorama globale. Già docente presso lo storico Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma, membro autorevole della Giuria dei David di Donatello, dell’European Film Academy e della World Soundtrack Academy, il maestro Scipione ha conquistato nel 2024 in Belgio il prestigioso World Soundtrack Award per le musiche di La guerra dei nonni. Un traguardo straordinario che si aggiunge a un palmarès da brividi: ben quattro nomination ai David di Donatello (per le indimenticabili colonne sonore di Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord e Sotto una buona stella) e due candidature ai Siae Music Awards per campioni d'incassi come Chi ha incastrato Babbo Natale? e Succede anche nelle migliori famiglie.

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Dal 10 al 13 settembre la sala di Roma ospita lo spettacolo del virtuoso musicista, in scena con Sharon Alessandri: un viaggio in musica e memoria per celebrare il centenario del capolavoro di Balzani e Pizzicaria promosso da Roma Capitale

Roma - A un secolo preciso dalla sua nascita, la magia del “Barcarolo Romano” torna a vibrare nella Capitale attraverso le corde e la voce di chi ha fatto della memoria sonora romana una ragione di vita. Dal 10 al 13 settembre 2026, il palco del Teatro Marconi diventa la cornice d’eccezione per “Cento anni del Barcarolo Romano 1926 – 2026 : omaggio a Romolo Balzani”, uno spettacolo ideato dal maestro Paolo Gatti per ripercorrere la storia, il folklore e le emozioni di una Roma d'altri tempi che continua a parlare al presente.

Scritta nel 1926 da Romolo Balzani e Pio Pizzicaria, la canzone si aggiudicò la vittoria nella storica gara musicale di San Giovanni dello stesso anno, trasformandosi in breve tempo in un classico immortale della romanità. Con le sue linee melodiche malinconiche e avvolgenti, il brano racconta le dinamiche, i sentimenti e la vita quotidiana dell'epoca, seguendo simbolicamente il lento e inesorabile scorrere del fiume Tevere. Un'opera che travalica la semplice esecuzione folk per farsi monumento della memoria collettiva capitolina.

A guidare il pubblico in questo viaggio a ritroso nel tempo sarà il maestro Paolo Gatti, fiero interprete delle proprie origini che affonda la sua arte in una formazione solida ed eclettica. Dopo gli studi di composizione al Conservatorio di Santa Cecilia, Gatti ha affinato la padronanza della chitarra classica sotto la guida di autentici punti di riferimento del panorama musicale, tra cui Guglielmo Paparano, Gianni Nucci, Bruno Battisti Da Mario, Francesco Romano, Enry Rivas (allievo del celebre Alirio Diaz) e Carlo Esposito, già direttore dell’orchestra di musica leggera della RAI Radio Uno per l'armonia principale.

Dal dibattito romano sul saggio di Anna Maria Travagliati con Penna, Marazziti e Chialà: un’incalzante invettiva contro la schiavitù degli algoritmi e un appello solenne per la difesa della sensibilità delle nuove generazioni

di Antonello De Pierro

Roma - Mentre il tessuto sociale della nostra nazione viene progressivamente eroso da un’alienazione tecnologica spietata, che riduce la vita di relazione a un’arida sequenza di impulsi digitali e la mente umana a un ricetto di vuote illusioni sbrindellate, assistiamo con profonda e viscerale angoscia all’estinzione programmata della sensibilità giovanile. In un’epoca che sbandiera ai quattro venti un progresso di facciata, ma che in realtà ha fatto sprofondare l’individuo negli abissi di una solitudine globale, le nuove generazioni brancolano nel buio, fatte ostaggio di marchingegni diabolici e da un’oligarchia tecnologica che trae profitto dallo svuotamento interiore delle masse. È l’ennesima riprova di un sistema malato che anestetizza le coscienze, dove il contatto umano, il calore di uno sguardo, la sacralità di un abbraccio e la capacità di emozionarsi vengono sistematicamente rimpiazzati da un freddo feticismo da schermo touch.

Di fronte a questo scenario desolante, in cui il cinismo imperante e la dittatura dei social network vorrebbero seppellire per sempre l’armonia del reale nelle paludi dell’oblio, si leva forte, chiara e intransigente la voce della resistenza culturale. Il recente dibattito scaturito attorno all’opera di Anna Maria Travagliati, intitolata “Le luci della bellezza - A chi il peccato del suo occultamento?”, svoltosi nella cornice capitolina di Salotto Tevere, ha messo a fuoco con precisione chirurgica il deserto di valori che avvolge la nostra società. L’autrice, modella e giornalista dalla spiccata sensibilità, ha lanciato un monito che non possiamo e non dobbiamo lasciare inascoltato: la proposta rivoluzionaria e provocatoria di inserire nei programmi scolastici l’insegnamento dell’“educazione alla bellezza”. Una disciplina etica, prima ancora che estetica, da affidare alle mani sapienti di figure capaci di trasmettere il valore sacro ed inviolabile della vita, affiancate da artisti autentici in grado di guidare i ragazzi fuori dal tunnel dell’astrazione virtuale.

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