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L'aristocrazia della scena e il rigore della memoria, la straordinaria parabola artistica ed etica di Ottavia Fusco Squitieri
Dal grande teatro di prosa d'autore al teatro canzone, fino allo storico sodalizio umano e culturale con Pasquale Squitieri: l’omaggio solenne a un’interprete raffinata che ha fatto della disciplina recitativa e del rispetto per l'arte il proprio scudo di civiltà

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre il panorama dello spettacolo contemporaneo rantola in un’arida deriva di superficialità e omologazione, dove una sottocultura imperante pretende di spalancare le porte della notorietà a meteore d’argilla sprovviste di qualsiasi spessore, studio e radice, avverto l’impellente dovere etico di spalancare l’archivio mnemonico e rivolgere lo sguardo verso chi ha saputo forgiare la propria carriera sulla roccia incrollabile della disciplina quotidiana, del talento puro e del rispetto per la tradizione scenica. In un’epoca sfigurata dal morbo dell’improvvisazione e dal cialtronismo elevato a sistema, dove l’ostentazione coatta pretende di soppiantare il peso specifico della vera gavetta e della maestria tecnica, la parabola umana e professionale di Ottavia Fusco Squitieri si erge come un baluardo inespugnabile di dignità estetica, garbo formale ed eccezionale statura artistica.
Quando si analizza il percorso di Ottavia Fusco Squitieri, ci si trova di fronte a un’interprete di rara caratura, capace di muoversi con disinvolta naturalezza e assoluto dominio tecnico tra le pieghe del teatro di prosa più rigoroso, le sofisticate architetture del teatro canzone e le sfide del grande schermo. Cresciuta alla scuola dei maestri e dotata di un registro vocale e recitativo di straordinaria versatilità, la Fusco non ha mai inteso l’arte come un mero guscio estetico o come un pretesto per rincorrere facili coriandoli di visibilità nei salotti del potere. Nata con il fuoco sacro dell’espressione scenica cucito nelle viscere dell’anima, ha ricamato la propria carriera passo dopo passo, lavorando con figure del calibro di Giorgio Strehler, Patrick Rossi Gastaldi e Nelo Risi, e dimostrando come il lavoro d'attore sia innanzitutto sacrificio, controllo del gesto, dizione impeccabile e immedesimazione psicologica profonda.
La maieutica del racconto e la grammatica della verità, il magistero registico e drammaturgico di Stefano Reali
Dal set monumentale di Sergio Leone alla candidatura agli Oscar con Exit, fino ai successi della grande fiction civile d'impegno: l’omaggio solenne a un maestro del cinema, del teatro e della musica che ha fatto del rigore narrativo e della difesa della meritocrazia la propria trincea di civiltà

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre la palude dell'audiovisivo contemporaneo si inabissa in un’arida sequenza di prodotti omologati, concepiti negli alambicchi di un algoritmo senza anima o assemblati da una sottocultura imperante che vorrebbe spalancare le porte della notorietà a meteore d’argilla sprovviste di qualsiasi spessore, studio e radice, avverto l’impellente dovere etico di spalancare l’archivio mnemonico e rivolgere lo sguardo verso chi ha saputo forgiare la propria carriera sulla roccia incrollabile della disciplina quotidiana, della versatilità e del rispetto per il pubblico. In un’epoca sfigurata dal morbo dell’improvvisazione e dal cialtronismo elevato a sistema, dove l’ostentazione coatta pretende di soppiantare il peso specifico della maestria tecnica e della solida gavetta,, la parabola umana e professionale di Stefano Reali si erge come un baluardo inespugnabile di dignità estetica, valore culturale ed eccezionale statura drammaturgica.
Quando si scandaglia il profilo artistico di Stefano Reali, non ci si imbatte semplicemente in un regista o in uno sceneggiatore, ma ci si trova di fronte a un autentico umanista della contemporaneità. La sua formazione è una cattedrale strutturata su basi granitiche: il diploma in musica jazz al Conservatorio e la specializzazione in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia rappresentano il biglietto da visita di chi non ha mai cercato scorciatoie. Muovere i primi passi nell'universo del cinema al fianco di un gigante immortale come Sergio Leone, nel cantiere epico di C'era una volta in America, ha impresso nella sua cifra stilistica un senso sacro per l'inquadratura, una gestione d'orchestra degli spazi e un'attenzione maniacale per il ritmo narrativo. Non è un caso se già nel 1987, con il cortometraggio Exit scritto e diretto insieme a Pino Quartullo, Reali sia arrivato a sfiorare la conquista dell'Oscar, portando l'eccellenza della scuola italiana sul proscenio più ambito della settima arte mondiale.
L’arte del sorriso nobile e il rigore della gavetta, la straordinaria lezione recitativa di Francesca Nunzi
Dalla fucina di Gigi Proietti ai successi del grande schermo e della commedia musicale: il tributo solenne a un’artista poliedrica che ha trasformato l’ironia d’autore, la dizione e la disciplina scenica nel proprio scudo di civiltà

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre la palude dello spettacolo contemporaneo affoga in un’arida sequenza di scorciatoie mediatiche, dove una sottocultura imperante pretende di spalancare le porte della notorietà a meteore d’argilla sprovviste di qualsiasi spessore, studio e radice, avverto l’impellente dovere etico di spalancare l’archivio mnemonico e rivolgere lo sguardo verso chi ha saputo forgiare la propria carriera sulla roccia incrollabile della vera gavetta, del talento puro e del rispetto sacrale per il pubblico. In un’epoca sfigurata dal morbo dell’improvvisazione e dal cialtronismo elevato a sistema, dove l’ostentazione coatta e la sfrontatezza sguaiata pretendono di soppiantare il peso specifico della maestria tecnica,, la parabola umana e professionale di Francesca Nunzi si erge come un baluardo inespugnabile di dignità artistica, garbo formale ed eccezionale carisma scenico.
Quando si analizza la figura di Francesca Nunzi, ci si trova dinanzi a un’attrice e autrice di rarissima versatilità, capace di spaziare con disinvolta naturalezza e assoluto controllo dei tempi comici dalle pieghe della commedia d’autore alle architetture imponenti del grande musical, fino alle incursioni nel cinema di qualità e nella televisione. Cresciuta e forgiata nella fucina rigorosa del Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto dall’indimenticabile maestro Gigi Proietti, la Nunzi ha interiorizzato fin dai primi passi il valore sacro della disciplina, comprendendo che l'ironia vera non è mai volgare macchietta, ma un raffinato e complesso meccanismo di precisione matematica che richiede dizione impeccabile, sincronia perfetta tra corpo e parola, e un’intensa aderenza psicologica al personaggio.
Al Teatro Golden la commedia degli equivoci, "Ti posso spiegare" con Michele La Ginestra
Dal 22 ottobre al 1° novembre va in scena la pièce firmata da La Ginestra e Bennicelli con la regia di Roberto Marafante: vent'anni di matrimonio messi a dura prova da un risveglio del tutto inaspettato

Roma – Quando l’evidenza dei fatti smentisce ogni plausibile logica, resta una sola ed estrema risorsa retorica: «Ti posso spiegare». Una formula universale, quasi consolatoria, a cui chiunque si è aggrappato almeno una volta nella vita nel disperato tentativo di arrampicarsi sugli specchi. Ed è proprio attorno a questo perno narrativo che ruota il nuovo appuntamento del Teatro Golden di Roma, pronto ad accogliere la commedia brillante firmata a quattro mani da Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli.
Sotto la direzione registica di Roberto Marafante, lo spettacolo porta in scena un trio di volti noti e amati dal pubblico: lo stesso Michele La Ginestra, affiancato da Beatrice Fazi e Martina Pinto. La produzione, curata da PRM Produzioni in collaborazione con il Teatro7, si preannuncia come uno dei titoli di punta dell'avvio della stagione teatrale capitolina.
Al centro della trama c'è una coppia d'annata: un marito e una moglie che hanno condiviso vent’anni di vita matrimoniale in apparenza inappuntabile, senza scossoni né ombre. L'idillio domestico, tuttavia, si infrange rovinosamente al mattino, quando nel letto della coppia fa la sua comparsa una figura del tutto imprevista: una donna giovane, attraente e sconosciuta.
Come sia arrivata lì resta un mistero fitto, complicato da una memoria recente decisamente confusa. Da questo quadro surreale prende il via una narrazione incalzante e ritmata, guidata dal disperato tentativo del protagonista di ricostruire la dinamica dei fatti e di giustificare l'incomprensibile di fronte allo sguardo attonito e inquisitore della moglie. Il racconto si dipana così tra un presente paradossale e i tasselli sfocati di un passato da riassemblare.
L’eleganza dell’anima e il trionfo del merito, la straordinaria parabola artistica ed etica di Antonella Salvucci
Dal grande cinema d’autore alla conduzione internazionale, fino al prestigioso conferimento del Premio "San Giovanni Paolo II - Gran Galà per la Pace" a Roma: l’omaggio solenne a un'artista poliedrica che ha fatto della disciplina, della sensibilità e del rigore professionale il proprio scudo di civiltà

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre il panorama mediale e culturale contemporaneo si dimena in una desolante deriva di superficie, dove una sottocultura imperante pretende di spalancare le porte della notorietà a meteore d’argilla sprovviste di qualsiasi spessore e radice, avverto l’impellente dovere etico di spalancare l’archivio mnemonico e rivolgere lo sguardo verso chi ha saputo forgiare la propria carriera sulla roccia incrollabile dello studio, della dedizione profonda e della disciplina quotidiana. In un’epoca sfigurata dal morbo dell’improvvisazione e dal cialtronismo elevato a sistema, dove l’ostentazione coatta pretende di soppiantare il peso specifico della vera gavetta e della maestria tecnica, la parabola umana e artistica di Antonella Salvucci si erge come un baluardo inespugnabile di dignità estetica, garbo formale e straordinario rigore professionale.
Quando si analizza la figura di Antonella Salvucci, ci si trova dinanzi a un’artista completa, capace di spaziare con disinvolta maestria e assoluta naturalezza dal set cinematografico alle tavole del palcoscenico, fino ai prestigiosi prosceni della conduzione televisiva e degli eventi internazionali. Dotata di una presenza scenica dirompente e di una versatilità espressiva non comune, la Salvucci non ha mai inteso l’arte come un mero guscio estetico o come un pretesto per rincorrere facili coriandoli di visibilità nei salotti del potere. Nata con il fuoco sacro dell’espressione artistica cucito nelle viscere dell’anima, ha ricamato il proprio percorso passo dopo passo, imponendosi all’attenzione della critica e del pubblico nazionale e internazionale attraverso interpretazioni di spessore e una conduzione garbata, autorevole e priva di qualunque sbavatura.
Oltre il mito di Thorne Forrester, la lezione di stile, rigore recitativo e carisma internazionale di Clayton Norcross
Dal successo planetario di “Beautiful” al teatro d’autore e al cinema indipendente: il tributo solenne a un professionista esemplare che ha saputo smontare gli stereotipi divistici per costruire una solida carriera fondata sulla disciplina scenica e sul rispetto per il pubblico

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre il panorama dell’intrattenimento contemporaneo affoga implacabilmente in un’arida sequenza di prodotti industriali omologati, dove l’effimero luccichio di meteore create a tavolino pretende di soppiantare il peso specifico della vera gavetta e del talento, si avverte con impellente urgenza morale il dovere di aprire l’archivio mnemonico. In un’epoca sfigurata dal morbo dell’improvvisazione e dal cialtronismo elevato a sistema, in cui bastano pochi secondi di visibilità sguaiata in qualche contenitore televisivo per autoaccreditarsi il titolo di artisti, rivolgere lo sguardo verso chi ha saputo costruire una carriera d’ambito internazionale attraverso lo studio ferreo e la maestria tecnica rappresenta un atto di indispensabile resistenza etica e culturale. È con questa precisa determinazione che la mia analisi e il mio giudizio critico si posano con ammirata e incontestabile lucidità sulla figura di Clayton Norcross.
Quando nei primi anni Novanta l’onda d’urto della celebre soap opera americana The Bold and the Beautiful travolse i palinsesti televisivi mondiali, trasformandosi in un fenomeno di costume sociologico senza precedenti capaci di incollare alla TV centinaia di milioni di telespettatori in oltre cento Nazioni, il volto di Clayton Norcross nei panni del primo, insostituibile Thorne Forrester entrò d’impatto nelle viscere dell’immaginario collettivo. Ma laddove molti interpreti avrebbero finito per adagiarsi comodamente nei confini dorati di un personaggio iconico, trasformandolo in una gabbia dorata o in una rendita di posizione narcisistica, Norcross ha dimostrato la tempra dei grandi attori di scuola classica. Con un rigore professionale che non concede spazio alle sirene del divismo sterile, ha saputo infondere a quel ruolo una presenza scenica magnetica, una dizione pulita, un registro espressivo sfaccettato e una misura recitativa capaci di rendere quel personaggio credibile, tridimensionale, umano.


