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Cento anni del Barcarolo Romano, l’omaggio del maestro Paolo Gatti al Teatro Marconi
Dal 10 al 13 settembre la sala di Roma ospita lo spettacolo del virtuoso musicista, in scena con Sharon Alessandri: un viaggio in musica e memoria per celebrare il centenario del capolavoro di Balzani e Pizzicaria promosso da Roma Capitale

Roma - A un secolo preciso dalla sua nascita, la magia del “Barcarolo Romano” torna a vibrare nella Capitale attraverso le corde e la voce di chi ha fatto della memoria sonora romana una ragione di vita. Dal 10 al 13 settembre 2026, il palco del Teatro Marconi diventa la cornice d’eccezione per “Cento anni del Barcarolo Romano 1926 – 2026 : omaggio a Romolo Balzani”, uno spettacolo ideato dal maestro Paolo Gatti per ripercorrere la storia, il folklore e le emozioni di una Roma d'altri tempi che continua a parlare al presente.
Scritta nel 1926 da Romolo Balzani e Pio Pizzicaria, la canzone si aggiudicò la vittoria nella storica gara musicale di San Giovanni dello stesso anno, trasformandosi in breve tempo in un classico immortale della romanità. Con le sue linee melodiche malinconiche e avvolgenti, il brano racconta le dinamiche, i sentimenti e la vita quotidiana dell'epoca, seguendo simbolicamente il lento e inesorabile scorrere del fiume Tevere. Un'opera che travalica la semplice esecuzione folk per farsi monumento della memoria collettiva capitolina.
A guidare il pubblico in questo viaggio a ritroso nel tempo sarà il maestro Paolo Gatti, fiero interprete delle proprie origini che affonda la sua arte in una formazione solida ed eclettica. Dopo gli studi di composizione al Conservatorio di Santa Cecilia, Gatti ha affinato la padronanza della chitarra classica sotto la guida di autentici punti di riferimento del panorama musicale, tra cui Guglielmo Paparano, Gianni Nucci, Bruno Battisti Da Mario, Francesco Romano, Enry Rivas (allievo del celebre Alirio Diaz) e Carlo Esposito, già direttore dell’orchestra di musica leggera della RAI Radio Uno per l'armonia principale.
L’inganno del virtuale e l’eclissi del sacro, l’urgenza etica di un’educazione alla bellezza contro la deriva digitale
Dal dibattito romano sul saggio di Anna Maria Travagliati con Penna, Marazziti e Chialà: un’incalzante invettiva contro la schiavitù degli algoritmi e un appello solenne per la difesa della sensibilità delle nuove generazioni

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre il tessuto sociale della nostra nazione viene progressivamente eroso da un’alienazione tecnologica spietata, che riduce la vita di relazione a un’arida sequenza di impulsi digitali e la mente umana a un ricetto di vuote illusioni sbrindellate, assistiamo con profonda e viscerale angoscia all’estinzione programmata della sensibilità giovanile. In un’epoca che sbandiera ai quattro venti un progresso di facciata, ma che in realtà ha fatto sprofondare l’individuo negli abissi di una solitudine globale, le nuove generazioni brancolano nel buio, fatte ostaggio di marchingegni diabolici e da un’oligarchia tecnologica che trae profitto dallo svuotamento interiore delle masse. È l’ennesima riprova di un sistema malato che anestetizza le coscienze, dove il contatto umano, il calore di uno sguardo, la sacralità di un abbraccio e la capacità di emozionarsi vengono sistematicamente rimpiazzati da un freddo feticismo da schermo touch.
Di fronte a questo scenario desolante, in cui il cinismo imperante e la dittatura dei social network vorrebbero seppellire per sempre l’armonia del reale nelle paludi dell’oblio, si leva forte, chiara e intransigente la voce della resistenza culturale. Il recente dibattito scaturito attorno all’opera di Anna Maria Travagliati, intitolata “Le luci della bellezza - A chi il peccato del suo occultamento?”, svoltosi nella cornice capitolina di Salotto Tevere, ha messo a fuoco con precisione chirurgica il deserto di valori che avvolge la nostra società. L’autrice, modella e giornalista dalla spiccata sensibilità, ha lanciato un monito che non possiamo e non dobbiamo lasciare inascoltato: la proposta rivoluzionaria e provocatoria di inserire nei programmi scolastici l’insegnamento dell’“educazione alla bellezza”. Una disciplina etica, prima ancora che estetica, da affidare alle mani sapienti di figure capaci di trasmettere il valore sacro ed inviolabile della vita, affiancate da artisti autentici in grado di guidare i ragazzi fuori dal tunnel dell’astrazione virtuale.
Deep Water - Incubo dagli Abissi, il naufragio della ragione nelle acque della mediocrità
Inconsistenza narrativa, effetti visivi da discount e una regia allo sbando trasformano l'ultimo disaster thriller di Renny Harlin in un desolante insulto all'intelligenza dello spettatore

di Antonello De Pierro
Roma - Ce lo chiediamo da anni, mentre osserviamo sbigottiti il desolante spettacolo di certe produzioni cinematografiche distribuite con sfacciata vanagloria nelle nostre sale: fino a che punto il pubblico deve continuare a subire l’assalto sconsiderato dei mercanti del nulla? Fino a quando dovremo assistere al triste decesso del senso logico, sacrificato sull'altare del consumismo becero da botteghino estivo?
La risposta, purtroppo, galleggia minacciosa e stancamente tra le onde di Deep Water - Incubo dagli Abissi, l'ultima fatica (e mai termine fu più appropriato) firmata da Renny Harlin.
Sulla carta, la vicenda vorrebbe presentarsi come un adrenalinico incontro tra il disaster movie e lo shark thriller: un volo di linea diretto da Los Angeles a Shanghai costretto a un ammaraggio d'emergenza nel cuore dell'Oceano Pacifico, tra le grinfie di un branco di squali affamati. Nella realtà dei fatti, ci troviamo invece di fronte a un vero e proprio naufragio creativo, un’imbarazzante carrellata di stereotipi logori e cadute di stile che insultano l'intelligenza degli spettatori.
Impossibile tacere di fronte alla pochezza di una sceneggiatura che sembra essere stata abbozzata sul retro di un scontrino fiscale. I buchi d'intreccio si sprecano, sorretti da una logica sfilacciata che richiede non tanto la sospensione dell'incredulità, quanto una totale lobotomia temporanea. Si passa da incendi grotteschi e dinamiche d'impatto risibili a gommoni di salvataggio che parrebbero fatti di cartapesta, pronti a sgonfiarsi al solo sguardo, per non parlare di dialoghi ridicoli che vorrebbero affrontare temi sociali e barriere culturali, salvo poi affogare miseramente nel ridicolo involontario. Storia d'amore di plastica, comportamenti demenziali e personaggi-macchietta completano un quadro desolante.
Roma, a Santa Maria Maggiore il 5 agosto torna il miracolo della neve
La piazza si trasforma in un grande teatro a cielo aperto dove va in scena un'intensa nevicata artificiale tra spettacoli di luci, musica e poesia. L'invito dell'ideatore, l'architetto Cesare Esposito a Renato Zero: "Venga a omaggiare Roma e la Madonna"

(Adnkronos) Roma - Il 5 agosto, dalle ore 20, torna a Roma la Festa della Madonna della Neve, in piazza Santa Maria Maggiore davanti all’omonima Basilica, la più grande al mondo dedicata alla Madre di Gesù. Il 'miracolo' della neve d'agosto, la nevicata artificiale ideata dal visionario architetto monticiano Cesare Esposito, si ripete dunque anche quest'anno - è il 43esimo - per rievocare quanto accadde la notte del 5 agosto di oltre 1.600 anni fa, nel IV secolo dopo Cristo, quando la Vergine Maria apparve in sogno a Papa Liberio e a un patrizio romano, chiedendo la costruzione di una chiesa nel luogo dove sarebbe caduta la neve, l'Esqulino, appunto, miracolosamente imbiancato in piena estate.
Per rievocare quel miracolo, dal 1983, ogni 5 agosto, piazza di Santa Maria Maggiore si trasforma in un grande teatro a cielo aperto dove va in scena un'intensa nevicata artificiale tra spettacoli di luci, musica e poesia. In piazza la Fanfara della Legione allievi dell’Arma dei Carabinieri diretta dal maestro Danilo Di Silvestro, il concerto lirico con Sara Pastore, Caterina Novak, Rino Scaturro, Cristian Caselli e Giuseppe Milli e il pianista Francesco Del Fra. Attesa per la performance del noto pianista James Raphael e per Ilaria Salvati, l’Angelo della Pace. L’evento, un progetto ideato da Esposito e organizzato dallo stesso Esposito con la giornalista Feliciana Di Spirito, si avvale anche dello storico e poeta Francesco Gui, del giornalista, presidente dell’Italia dei Diritti, Antonello De Pierro, dell’inviato di TeleCapri Nello De Martino, del contributo del popolare attore e regista Lorenzo Flaherty. Tra i poeti anche Gabriella Lavorgna, Alessandra Maltoni, Petronilla Pullara, oltre a Maurizio Pochesci con il suo Reading poetico. Brindisi benaugurale con l’Inno della Pace: coro di adulti e bambini degli Artisti Pedagogisti e la scenografia dell’arch. Renato Maria Nisticò.
Il riscatto della bellezza e la dignità ferita, il fascino senza tempo di Gioia Scola
Dall’incanto dei fotoromanzi al successo sul grande schermo: un tributo viscerale alla classe e alla forza di un’artista ingiustamente travolta dalle gogne mediatiche e riemersa con la fierezza del talento puro
di Antonello De Pierro
Roma - Mentre il corso inesorabile degli anni continua a consumare con fredda indifferenza le pagine del nostro album nazionale, spingendo nell’ombra o sacrificando sull’altare della memoria corta volti e talenti che hanno segnato stagioni indimenticabili del nostro immaginario collettivo, avverto impellente dal profondo delle viscere il dovere etico e morale di impugnare la penna. In un’epoca come quella attuale, martoriata dall’arido deserto dei valori autentici e da una sottocultura imperante che innalza a idoli meteore prive di spessore, si avverte il bisogno quasi biologico di aprire l’archivio mnemonico per restituire luce e giustizia a chi ha saputo fare della bellezza, dell'eleganza e della professionalità la propria trincea di vita. Ed è lungo questo sentiero di doverosa e intransigente riconoscenza che il mio pensiero si posa con commossa e lucida precisione sulla figura magnetica, intensa e inconfondibile di Gioia Scola.
Muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo quando l’Italia sapeva ancora sognare con garbo non era impresa da poco. Erano i tempi in cui il fotoromanzo rappresentava una vera e propria palestra d’arte e di vita, un veicolo di sentimenti puliti capace di far battere il cuore a milioni di italiani. In quel contesto, la giovanissima Gioia Scola non fu una semplice meteora o un fugace ornamento di facciata, ma si impose con la forza travolgente di uno sguardo profondo e di una presenza scenica radiosa, diventando in breve tempo un’icona indiscussa, amata ed emulata da un pubblico sterminato. La sua non è mai stata una bellezza vuota o esibita con la sfrontatezza del mercimonio estetico; al contrario, era l’espressione limpida di una grazia naturale, di una sensualità mai volgare, sorretta da un rigore professionale che di lì a poco l’avrebbe proiettata con merito incontestabile verso i set del grande cinema e della televisione d'autore.
Il soffio della memoria nella canicola d’agosto e l’incanto senza tempo di Mita Medici
Dal ricordo della pellicola "Colpo di sole" con Buzzanca e Lionello alla difesa del talento autentico: un tributo all'eleganza di un'artista che ha fatto la storia dello spettacolo italiano senza mai scendere a patti con la mediocrità

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre una canicola asfissiante, implacabile e quasi primordiale piega in questi giorni la nostra penisola, avvolgendo le città in una cappa di calore stordente che sembra voler paralizzare ogni pulsione di vita attiva, mi ritrovo da solo, nel silenzio condizionato del mio studio, ad osservare il baluginare dell’aria rovente fuori dalla finestra. È un clima che scuce il sorriso dai volti della gente, che riduce le forze a puro sussurro e che pare quasi imporre una sosta forzata al vorticoso e spesso dissennato scorrere della quotidianità. Ma è proprio quando il corpo si arrende alla morsa del solstizio che la mente trova il varco per fuggire, per sottrarsi alla dittatura del termometro e per avventurarsi sui sentieri più ombrosi e refrigeranti dell’archivio mnemonico. Ed è lungo questi viali della memoria, foderati dall’abbraccio rassicurante dei ricordi più cari, che il mio pensiero è volato al fotogramma di un cinema che fu, pulito, frizzante, intriso di quella leggerezza nobile capace di innaffiare anche l’arido giardino della solitudine estiva. Un brivido amarcord mi ha scosso inesorabilmente la schiena quando la riflessione si è posata con precisione quasi chirurgica su una pellicola del 1968, una perla di garbata e mai banale comicità intitolata “Colpo di sole”, diretta con maestria da Mino Guerrini.
Un film che nell’estate di quell’Italia in pieno fermento socioculturale vedeva troneggiare sul set un cast di mostri sacri d’altri tempi: il vulcanico e indimenticabile Lando Buzzanca, la graffiante Antonella Steni, lo straordinario e raffinato Alberto Lionello, e una schiera di caratteristi di altissimo profilo. Ma al centro di quella pellicola, come una lama di luce cristallina capace di fendere il buio della mediocrità, risplendeva la figura magnetica, freschissima e dirompente di una giovanissima Mita Medici. In quel “Colpo di sole” cinematografico, la sua presenza non era una semplice apparizione di comodo o una concessione alla vetrina del visivo, ma il manifesto vivente di una stagione di riscatto giovanile, l’incarnazione di un’eleganza spontanea che muoveva i primi passi destinati a rimanere scolpiti a lettere di fuoco nella storia dello spettacolo italiano.


